Massimiliano Manieri che suona in fa maggiore
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Massimiliano Manieri ha scritto questo racconto per “e senti questa, Loredana”. Il titolo per esteso: “Sonata in fa maggiore per strumenti a fiato e clitoride (andamento in pizzicato)”. La mia risposta in fondo al testo
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Non chiudo occhio…
Divincolo l’ambiente che respira, dai feticismi che frappongono, mentre ti ritrovo plastinomane ed ancorata, liquida ed astratta… indifesa nelle tue penisole, come nella terraferma più interna.
In corpo l’irrequietezza degli indifesi in crosta di samurai ciondolante, aspetto mi riprenda…
Così mi acquieto nello scavo rozzo che il mio corpo ha eseguito nelle lenzuola, accanto allo scavo più irrequieto del tuo…
Più sinuoso, più d’onda, nei diaframmi che ricordano solchi di statue osservate nelle sale sterili; immaginando scalpelli che inseguono linee spezzate ti ritrovo, infilo polpastrello d’improvviso, seguo il canyon gentile che hai lasciato, dove nel profondo mi pare di ritrovare il calore che emani…
Non chiudo occhio…
E sono dentro ai marmi, nelle vene lievemente imbrunite, nei lembi di colore leggero che dal bianco dipana come solo di spavento liberato…
Avvicino le pareti del naso indagante riconoscendoti sornione e taccio le parti del corpo che l’effluvio rimanda stavolta quieto, ma deciso e scostumato…
E penso a tutte le volte che t’ho rivisto in capitelli, archi, affastellamenti dove ogni curva pareva rimandarmi a te…
Dove ogni trancio di creta raccoglie il tuo bisogno manigoldo d’accogliere…
Dove ogni rabbuio d’angolo mastica lesto l’esigenza della coda eccitata in prigionie colaticce…
Spezzettata livida e consunta nel collage che sostituisce il dipinto, nel tubo catodico che rimpiazza la tela… inseguirti nella ceramica a sbalzo, nel tentennar sospeso di taciute occhiate nelle mura di stanze in cui fuggivi riprendendoti di notte gli scampoli sagacemente disseminati nel giorno, negli angoli dove permetti al tuo Moloch di mortificarti e pungerti sui seni…
Non chiudo occhio…
nelle tue linee cercate, inseguite, strette per rabbia di sete mai doma, e vigliaccheria di petulanze rimandate al giorno a venire, fintanto che la notte difendeva… il golem sgocciolava…
e ruoto la testa abbandonandoti quando stai per vincermi e ricado di nuovo stringendo il pomo del letto curvato che già la mano in realtà sotto il palmo è tornata su te, su ogni ridondante trasparenza che sagace costruisci nell’alternare un vestirti vellutandoti, al gioco di pupilla che saprai creare nell’arte che fai nascere in colui che affiancandosi, si fa scalatore di occhiate nelle pieghe che morbidamente paiono domarti e polarizzarti, ma che in realtà ti contengono sordida e ammaliante come una mina tecnocratica può celarsi dentro un’onda solo in apparenza astratta.
Non chiudo occhio…
nel luogo dove attendo l’esplosione…
nel luogo che scegli per lasciarmi i segni che prediligi…
nelle stanze in cui mi chiudi quando non necessita il mio fiato sulla pelle…
nel tuo lasciarmi ad ascoltarti dietro il muro…
non chiudo occhio…
Mentre ti lasci andare sulle coste che stanotte sceglierai, alla deriva della corrente che più rispecchia il tuo momento, ora che in pesce fai muta, ora che pasto di altre bocche ti fai…
mi rifugio nei colori che preferisci, nei pennelli che usi per farmi sporgere e colpirmi all’improvviso.
Spezzetto i lembi che di me sporgono per stare tutto nel legno di cornice che userai…
e sono completo stavolta, nelle mura, negli stucchi, nel vetro alternato al tufo, nel muschio che mastica l’angolo alla prima pioggia improvvisa, nella tua mano che tocca e segue ogni difetto all’interno della pietra scalfita, nelle pastafrolle tra le labbra toccate dalle dita unte che nell’impulso cinetico plasmano terracotte più sincere, più leali di noi…
non chiudo occhio…
sollevato dal pensiero di te che malizia travesti, posata spalle al muro mentre annoti di scultori e fabbri, lasci ai miei occhi la pretesa di inseguire la pelle nuda nella seta che spacco lascia intravedere, ed i proiettili gentili mi trapassano a cavallo del desiderio che monta, mentre mi srotoli dalla bocca di maestri architetti e segni del tempo nemico pungente e malsano che cura non ha…
E slegata vivida quì pari, davanti ad ingordigie tacitate sui fogli bagnati che neghi alle dita cordacee, che sembra pretendi io elevi sonate di Schubert su clitoridi operistici…
Ed è che io vorrei aver fogli e spartiti d’un canto perfetto se non fosse che ad ogni ditata gagliarda tu chieda di un polpastrello aggiuntivo che non ho, di un’unghiata mafalda che strunfoli la pozzangherina su cui le nocche ora saltellano come bimbetto che alla pioggia passata sobbalza, di un sussulto che guida alla soglia che annunci che bocca spalanca, nel rivolo di lingua che esponi come di dialetti umidi che parole abbecedariche non hanno travaso a tutt’oggi, ma tu provi a smozzicare nel lembo di suono che emetti strozzato…
l’occupazione militare di me non chiede difesa quando passi soave qui accanto e scia rilasci…
ed io mi chiedo chi cazzo sei tu per farmi questo…
possono, affreschi in grotte primordiali, contenerti ed assomigliarti se mi volto e ti confondo, spremendoti spicchio dopo spicchio, riaccorgendomi di te, provocatoria nelle cesure e nei rimandi;
al risveglio, ora che distante torna lume a rimandarti, ed una facciata barocca racconta dei tuoi occhi macchina, a cavallo tra difetto rivelato e perfezione qui taciuta…
posso tornare a sognarti qui, infine… ed infine tacere…
non ti traverserò mai del tutto, ora son certo, mentre su grappolo di tela liquido ricoli ed in bocca spalanca riverso coscienze bianchicce
… spingo il play…
Massimiliano Manieri
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Caro Massimiliano,
quando un uomo ti parla di clitoride… è già qualcosa. E volendo incoraggiare questo buon inizio e spingerti a fare ancora meglio, ti suggerisco di declinarla sempre al femminile: “clitoridi operistici”?, meglio “operistiche”. Si tratta, caro Massimiliano, di una questione invariabilmente femminile.
E ora torniamo a noi. Cioè a te e a lei. Che belle parole, caro Massimiliano, tu usi per questa donna. Mi piace molto l’idea che tu la riveda in capitelli e archi, e mi piace con quanta poesia citi materiali e cibi: tu dai loro consistenza. Ci credo, ci credo che non chiudi occhio! Un paio d’avvertenze, però.
La prima. Non c’è donna che abbia un “bisogno manigoldo d’accogliere”. Chi te l’ha raccontata? Se è stato un uomo, si sbaglia. Se è stata una donna, non voleva dire quello che ha detto. Se è una conclusione tutta tua, ti passerà. La seconda. A proposito di Moloch, le donne hanno smesso di fare sacrifici. Credimi.
Si tratta, mi pare, di qualcosa di diverso. Vedi, caro Massimiliano, certe “petulanze” e il rimandare al giorno dopo non sono una vigliaccheria, ma spesso un gioco assai divertente. E questa donna che se ne intende d’abiti, di trasparenze, di velluto, del mostrare-non mostrare, del procedere-retrocedere, dello spingere-fermare… beh, è una donna che sa giocare. Insomma, il tuo ammettere che con questa donna è difficile, il tuo ammettere i tuoi limiti… beh, caro Massimiliano, ti rende ancor più sulla buona strada. Perciò non chiederti, ti prego, “chi cazzo sei tu?”. Che domande, caro Massimiliano! Non c’è modo di darsi risposta. Ed è davvero normalissimo pensare “non ti traverserò mai del tutto”. No non lo farai, ma questo non è un problema.
Diamoci ora, sul finale, una buona domanda. Non chiudere occhio può essere sintomo di… una storia meravigliosa. Epperò certe volte (certe?) l’indomani si lavora e una dormita bisogna pur farsela. Insomma, la domanda è molto semplice: quanto reggerai? (La domanda la farei anche a me stessa, giuro). D’altra parte leggo di un “effluvio quieto ma deciso e scostumato”, e questo genere di effluvio ce l’hai solo se chi hai accanto ti piace sul serio. Tutto sta a prenderne coscienza. Una cosa non così banale.
Tienimi aggiornata su questa meraviglia!
Con ironia, Loredana