Gianluca Conte e la sua (?) Rosa My







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Gianluca Conte ha scritto questo racconto per “e senti questa, Loredana”. Titolo: Rosa My. La mia risposta, al solito, in fondo :)

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Prima di Rosa My, Pietro non era mai stato con nessuna. Per lui essere secchi come una canna non dava il diritto ad avere sentimenti. Ai troppo grassi e ai troppo magri spettava quell’amore che non si tocca. E se una cosa non la potevi toccare, vuol dire che non esisteva. Punto.
Ma la sua non era una fissazione da cacchetta brufolosa. A vent’anni, il fisico costituiva l’ultimo dei suoi problemi. C’era qualcos’altro, di più sottile e sofisticato: s’era dato anima e corpo alla legge del fallito.
La legge del fallito prevedeva due tipi distinti di fallito: quello tradizionale e quello multimediale. Il primo non ride, e se ride ride da solo o per delle scemenze. Lo vedi al bancone del bar, le guance paonazze, lo sguardo annacquato rivolto in basso o dritto davanti a sé che fissa il vuoto. Guarda lontano. Lontano da qualunque posto. Così è sempre fuori luogo. Mai con una donna. Ha un magnetismo al rovescio, sembra un bulbo di cipolla, un aglio crudo che ti esplode in faccia come un colpo di fucile. Un manrovescio all’orgoglio. Quel genere di fallito lo riconosci subito. Bizzarro come un animale da circo, un pezzo da baraccone. E la brama insoddisfatta di mille desideri frustrati. È come una corsia d’ospedale, una barella che non parte, che se aspetti lui puoi anche crepare. Una cassa da morto, insomma. Il fallito non gioca le sue carte per paura di perdere. Così, perde sempre. Chissà quanti girotondi ha sprecato da bambino, in compenso a tredici anni scherzava già con la bottiglia.
Poi c’è il fallito multimediale, che passa ore e ore su Facebook o su qualche altro social network aspettando un segnale di vita da chiunque si degni di cagarlo. Complessato, magari anche intelligente ma complessato, magari anche con i soldi ma complessato, il fallito multimediale spera di riuscire a concludere qualcosa con le ragazze per grazia telematica.
Pietro però non era niente di tutto questo. Non essere come i primi lo faceva quasi soffrire. Borghesuccio figlio di medico, non aveva neanche le palle per stare buttato in mezzo alla strada. E si sentiva più fallito di quelli che tiravano le loro giornate seccando al bar o rovinandosi con i videopoker. Anzi, per loro aveva avuto sempre una sorta di ammirazione. Per i secondi invece provava una sincera repulsione. Odiava i depressi. E quelli per lui erano depressi cronici senza speranza.
Fatto sta che tutto ciò che di rognoso nella vita poteva accadergli, Pietro lo riconduceva alla legge del fallito. Una sorta di Legge di Murphy fatta in casa, per la quale alcuni erano nati falliti e non ci pioveva. Se calpestava una cacca di cane o pisciava fuori dal cesso, Pietro pronunciava le parole magiche: “Che fallito”! Da ripetere ad ogni occasione in cui per un motivo o per un altro uno se la prendeva nel culo. Pietro non enunciava la formuletta con tristezza o rassegnazione, bensì con una buona dose di autoironia. Una stramba giaculatoria che aveva la sua ritualità. Anche perché Pietro si riteneva sì, un fallito, ma un fallito diverso dagli altri. Un fallito per scelta. E per di più, un fallito che suonava la chitarra in una punk band: i Frammenti.
I falliti adesso erano tre: lui, Giovanni e Marco. Ma questa non era una consolazione: almeno loro rimorchiavano. Ci sapevano fare, con quelle facce da schiaffi. Lui invece, in lutto tutto l’anno. Mai un’estate al mare, mai che la pelle gli diventasse più scura di un lenzuolo! Sempre con gli anfibi ai piedi, sempre con la maglietta nera addosso. Un perenne scirocco che le ragazze evitavano come la morte. Tutte, tranne Rosa My. Ed era proprio per lei che ogni settimana Pietro si presentava al “Music Man Studio” di Claudio Giannazzeri nonostante lo odiasse. E odiasse anche la band con cui Rosa My cantava. Pietro s’era rimbambito per Rosa My. Rosa My s’era rimbambita per Pietro.
Tutti sapevano che entrambi si erano rincretiniti uno dell’altra. Tutti, tranne i diretti interessati. E nessuno dei loro amici avrebbe fatto niente perché qualcosa accadesse. D’altronde Pietro pensava che una bonazza come Rosa My non lo avrebbe cagato neanche di striscio e Rosa My pensava che Pietro fosse uno di quelli che le ragazze come lei non le guardava neanche da lontano.
Claudio, il proprietario della sala prove, era un coglione. Una montagna di muscoli che avrebbe fatto meglio a fare il personal trainer di qualche ricca signora vogliosa. Si atteggiava a talent scout e a grande musicista ma la sua cultura musicale si limitava ad accendere e spegnere le apparecchiature.
Comunque, i punk stracciati come Pietro, anche se con i soldi, – perché di punk veri in città non ce n’erano – non ce li voleva nel suo regno. Loro, però, ci andavano lo stesso, con l’intenzione di fare casino. Tanto più che i promettenti artisti di cui amava circondarsi Claudio erano tutti emeriti stronzi che di vera musica non ne capivano un cazzo. Copie malriuscite di band pop e alternative rock di successo. Praticamente, quelle che lui e il resto dei Frammenti odiavano di più.
Ma la cosa che più di ogni altra gli dava ai nervi era quell’aria spocchiosa di Claudio, quell’aria di chi sa tutto, di chi ha vissuto veramente la vita e gli altri, al confronto, erano vermi, caccole, nullità. Ma vaffanculo! Vaffanculo lui e tutti quelli come lui! Sta di fatto che come ogni mercoledì Pietro, Giovanni e Marco non mancarono di timbrare il cartellino al suo “Music Man Studio”.
In sala prove c’erano i No Brains. Mai nome fu più azzeccato! Quello che facevano era una sorta di pop rock stile Le Vibrazioni, ma suonato malissimo e cantato ancora peggio. E poi, Le Vibrazioni ai Frammenti facevano cagare. Allora quello che ci voleva era un’irruzione in piena regola, armati di bottiglie di birra e rutto libero.
Appena entrati Giovanni strappò dalle mani di Rosa My il microfono e, dopo averle detto che di microfono le avrebbe ceduto volentieri il suo, cominciò a sbraitare “I fought the law”. Pietro e Marco, iniziarono a pogare tra gli sfortunati. Le false Vibrazioni li guardavano schifati. Tutti, tranne Rosa My. A lei piacevano. Al confronto dei Frammenti i suoi amici dovevano sembrarle dei pesci lessi.
Pietro era pronto a giurare di aver visto l’occhio di Rosa My brillare. Ma di sicuro non stava brillando per lui. No, certo, brillava per Giovanni o per Marco. Loro sì che ci sapevano fare con le ragazze. Ma nel dubbio, era meglio darci dentro con la caciara.
I Frammenti, si fecero incontro, presero la rincorsa e tutti insieme si gettarono sugli amplificatori, facendoli rotolare per terra. Fu in quel momento che Claudio Giannazzeri entrò nella stanza e li cacciò fuori a calci in culo.
Marco e Giovanni salirono in macchina trionfanti. Pietro decise che avrebbe fatto due passi. Lui abitava quasi in campagna, e per arrivare, doveva attraversare Via Devoti, un unico immenso cantiere. Camminava a testa bassa. Osservava le pietre, le pozzanghere, il colore della terra che lì sembrava grigio come cemento. Quello era un luogo a sé stante, senza nessun legame con il resto della città. Con gli occhi sempre alle punte delle scarpe non si era accorto di aver imboccato una strada mai vista prima. Pensò di chiamare Giovanni e dirgli che s’era perso. Ma poi lui l’avrebbe preso per il culo, e allora continuò il suo giro senza senso.
Finché non vide Rosa My seduta sulle scale di una palazzina. Fu lei a rompere il silenzio chiedendogli se non era lui che aveva messo sottosopra la sala prove. Era lui, sì. E poi? E poi lo stronzo li aveva cacciati a calci in culo! Rosa My non poté fare a meno di sorridere. Beh, avevano fatto un bel casino però. E allora? Se lo meritava! Perché dici così? Dovresti saperlo, no? A quelli come noi non ce li vuole là dentro! Vuole quelli come voi! Rosa My si rabbuiò e Pietro se ne accorse. Poteva rispondergli per le rime, magari facendosi spiegare che cosa intendeva per “quelli come loro”. Ma neanche lei poteva digerire Claudio Giannazzeri, e quindi le uscì soltanto un:
– Hai ragione: è proprio uno stronzo! Pietro a quel punto cercò di provocarla, dicendole che lei non doveva dargli ragione per forza. Se a lei Claudio stava simpatico. Ma mentre Pietro era rimasto con la testa in sala prove Rosa My era già andata oltre col pensiero e gli chiese se poteva accompagnarlo.
Pietro rimase come fulminato. Non era pronto a questo. Tutto ciò andava contro la sua legge del fallito. E poi accompagnarlo dove? Non era importante. Ciò che importava era che Rosa My gli aveva chiesto di accompagnarlo, anche se non si sapeva dove. Il che equivaleva a passare del tempo con lei. Il che equivaleva a dire che lui forse non era sempre e solo scirocco ma anche un tantino tramontana.
Pietro avrebbe voluto chiederle “perché?”, perché una ragazza così, una che te lo faceva rizzare seduta stante, aveva voglia di accompagnare uno come lui? Ma poi pensò che non era il caso di stare lì a spremersi il cervello, che di seghe mentali se ne era già fatte troppe. Così non le chiese niente. E a lei sembrò normale che lui non le chiedesse niente.
Rosa My prese la mano di Pietro e Pietro sentì che la mano di Rosa My era sudata e ne fu felice. Tra lui e Rosa My la cosa era vera per davvero, qualsiasi cosa fosse, perché una non ti dava la mano sudata se non ti voleva per davvero. Non era una di quelle cose finte in cui il ragazzo o la ragazza dovevano stare attenti a ogni minima stupidaggine.
Eppure Pietro un po’ di paura ce l’aveva. La legge del fallito cominciava a lavorare sottobanco. Pietro iniziò a pensare a quella massima secondo cui ogni briciolo di felicità si pagava con gli interessi. E senza nemmeno essere sicuro di avere tra le mani il cuore di Rosa My, già aveva paura di perderlo. Allora Pietro staccò la sua mano da quella di Rosa My e cacciò dalla bocca un laconico: no Rosa My. Non è per me. Rosa My restò interdetta. Ma riuscì a biascicare: cosa non è per te? Quello che stiamo facendo. Prenderci per mano? Sai quello che voglio dire. No, non lo so. Spiegamelo per favore. Ma Pietro non glielo sapeva spiegare. O forse non ne aveva voglia. Così corse via, lasciandola fredda come uno stoccafisso nel gelo di febbraio.
Rosa My rivide Pietro il venerdì successivo al Faust Pub. Suonavano gli She’s gone, una cover band dei Misfits. Pietro era già alla quinta birra, Rosa My invece era lucida come un mocassino appena comprato. I loro sguardi si incrociarono su Last Caress, il pezzo dei Misfits preferito da Pietro. Fecero finta di non vedersi, ma entrambi si stavano contorcendo dalla voglia di avvicinarsi l’uno all’altra. E sapevano. Sapevano che si erano lasciati, anzi, non si erano mai messi insieme per non si sa quale motivo. Rosa My di sicuro non lo sapeva. E come faceva Pietro a dirle che il motivo era la legge del fallito? Roba che Rosa My gli avrebbe tirato un pugno sul naso e poi avrebbe chiamato il 118 per farlo ricoverare.
La band chiedeva una pausa di cinque minuti e un rifornimento di beverande. Ecco. Il momento era arrivato. Fallito o non fallito, Pietro si sarebbe trovato faccia a faccia con Rosa My. E cosa le avrebbe detto? Niente. Cosa poteva dirle! Lui la guardava immobile come una mummia. Allora Rosa My si parò davanti a Pietro, si avvicinò fino a sfiorargli il naso e lo baciò. Lui si era sciolto come il burro.
Ma la legge del fallito continuava a lavorare quatta quatta. Così Pietro se ne venne fuori con un: io non so baciare. Non sono esperto di queste cose. Lei non sembrò affatto sorpresa e gli rimandò un: non importa. Ti insegnerò io. Pietro cercò di ribattere, ma non ne ebbe il tempo. Rosa My gli poggiò la mano sulle labbra e poi lo baciò di nuovo.
Pietro non poteva fare a meno di pensare che quell’amore appena nato, o qualunque cosa fosse, sarebbe finito. Era nella natura di Pietro essere scirocco anche quando bisognava essere maestrale. Chiunque al suo posto avrebbe goduto dell’attimo, del momento caldo che solo l’amore sa dare. E invece il suo cervello era partito a tremila incastrando un numero impressionante di problemi, situazioni strambe, momenti incresciosi. E si scoprì un po’ cinico nel pensare che le sue seghe sarebbero finite, almeno finché durava la storia con Rosa My. E si sentì innocentemente tronfio quando fu lui a prendere Rosa My per i fianchi, tirarla a sé, e baciarla come se quella di baciare fosse una cosa che lui faceva normalmente.
Adesso era un fallito con una ragazza. E quindi poteva considerarsi veramente un fallito? Sì, era un fallito lo stesso. Perché era stata Rosa My a farsi avanti e non lui. Non era lui ad essere riuscito in qualcosa, anche se adesso poteva godere di tutti i vantaggi del caso. E poi, amava davvero Rosa My? O non era forse Rosa My il mezzo che poneva fine al suo essere solo? Sì, Pietro l’avrebbe amata Rosa My, l’avrebbe amata più di se stesso, finché quell’amore, o qualunque cosa era, fosse durato. Di questo era sicuro.
Rosa My lo lasciò tre mesi dopo per un tamarro di nome Francesco. Uno con la moto grossa, la collanazza al petto e i capelli gelatinati. Sulle prime Pietro si incazzò come una bestia, forse più per la tipologia del soggetto scelto da Rosa My che per averlo piantato. Gliene disse di tutti i colori. Soprattutto quando lei gli propose di rimanere amici. Una cosa sentita un miliardo di volte e che poi non succedeva mai, ché se due si lasciavano almeno uno dei due dell’altro non voleva sentirne più parlare. Per quanto ne sapeva lui. Ma poi si disse che se non era per Rosa My sarebbe rimasto vergine a vita. E così, seppur in maniera contorta, le stava esprimendo tutta la sua gratitudine. Rosa My però non lo venne mai a sapere. Perché un conto era essere falliti, un conto era essere cornuti, anche se per essere cornuti con una ci dovevi stare. E lui non ci stava più con Rosa My. Forse.

Gianluca Conte

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Caro Gianluca,

mannaggiaafeisbuk! La quantità di casini sentimentali che rischiamo mi pare esponenzialmente aumentata da quando si sono inventati certe diavolerie che hanno pure il coraggio di definire social.

Ma torniamo a noi, cioè a Pietro e a Rosa. Nel tuo racconto ci sono dettagli che secondo me chiariscono dinamiche importanti: Pietro suona… la chitarra! Caro Gianluca, un uomo con una chitarra al collo appare spesso più fico di quello che è. Ora, il caso di Pietro mi pare un po’ più complesso: abbiamo un uomo che suona la chitarra, con l’aggravante di questa fissazione per la legge del fallito che senza grandi studi di psicologia possiamo dire essere semplicemente… paura! Paura! Una paura fottuta di mollare la chitarra e usare le mani per qualcos’altro. E che diamine! Pietro! Coraggio! Se muovi le dita su una chitarra puoi muoverle anche per fare altro.

Direi che perciò possiamo essere grati a Rosa My di aver rappresentato un passaggio verso una nuova dimensione, più fisica e di maggiore godimento, una dimensione verso la quale speriamo tutti Pietro si stia muovendo. E ora un messaggio per tutti i Pietro che ci leggono: non è da sfigati se una donna ci prova con voi. Basta con questo vecchio schema secondo cui gli uomini devono prendere l’iniziativa e le donne devono aspettare. Tutto è molto più fluido. Molto di più, per fortuna!

Con ironia, Loredana :)

This entry was posted on martedì, gennaio 17th, 2012 at 17:46 and is filed under e senti questa, Loredana. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0 feed. You can leave a response, or trackback from your own site.

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