chi e cosa c’è dietro la sigla UVL





ubaldo villani-lubelli (ph. loredana de vitis)Ubaldo Villani-Lubelli è il mio spacciatore ufficiale di musica elettronica e l’autore delle surreali cronache delle mie messinscena d’affanni. Per il suo 34mo compleanno voglio svelare come tutto è cominciato, pagandogli tra l’altro un conto da lungo tempo in sospeso. In un giorno che non ricordo più del luglio 2010, nel giardino di casa sua, ci facevamo delle grandi risate parlando delle mie storie d’amore inventato. Ubaldo le aveva lette in anteprima e nel commentarle se n’era uscito così: rapsodiche, eleganti, post-moderne. È stato a quel punto che gli ho chiesto: «Posso scriverlo in quarta di copertina?». Per uno come Ubi (questo è il suo nomignolo, una volta per il compleanno – complice Alessandra – ho cercato una decina di motti latini con questa particella e ne abbiamo riso per giorni), la domanda era retorica. Ha risposto in una frazione di secondo: «Certo!». E io: «Firmiamolo “UVL”, come fosse chissà quale rivista». Altre risate e un altro caffè.

Insomma, UVL sta per Ubaldo Villani-Lubelli. Uno che ha una laurea e un dottorato in filosofia, uno che fa il ricercatore a Lecce e il giornalista freelance per testate nazionali raccontando e commendando la politica del “paese più odiato del momento” (cit. UVL). Uno che ha quattro tatuaggi marchio del suo primo, ormai mitico, “periodo tedesco” e i capelli che crescono praticamente solo in verticale. Uno che prova particolare gusto nel passare dalla seriosità più compita alla provocazione più scorretta. In fissa col muay-thai da un paio d’anni scarsi (almeno ch’io ricordi), ti sorprendi di tanta passione per quella cosa che chiamano “pallone” considerato il resto di cui scrive. Suo Potsdamer-Platz, un blog che raccoglie pezzi suoi e proposte di lettura su politica, attualità e cultura in Germania; suo Zampanò, sulla testata online 20centesimi, altro blog in cui periodicamente ci ricorda che non c’è nulla di nuovo sotto il sole e che basta rileggere certi classici per comprendere quello che accade. Tutto molto semplice. Tutto qui. Tutto qui? «In effetti sono il festival delle contraddizioni», sorride lui. “Esattamente come le persone vive”, come ha scritto di me una volta Gianluca Bassi.

Ubi, adesso di te dici “lavoro come ricercatore in Storia delle Istituzioni politiche e parlamentari alla Facoltà di Giurisprudenza dell’Università del Salento”, ma io ricordo la mia reazione la prima volta che ho letto “filosofo”. Ti definivi così fino a non molto tempo fa. Era inquietante.

(ride) «Lo spunto me l’hanno dato in Germania. Lì amici, collaboratori e colleghi dicevano “sei un filosofo” volendo fare una sintesi dei miei interessi. Ero perplesso io per primo, e in fondo era una definizione parziale come lo sono tutte le definizioni. In ogni caso, “filosofo” rivela un’attitudine. Sono stato in Germania già nel corso degli studi universitari, poi per il dottorato al Thomas-Institut. Ho lavorato principalmente all’edizione di testi medievali, fatto ricerca sulla filosofia tardo-medievale tedesca. In seguito, come ricercatore a contratto a Colonia, ho insegnato filosofia medievale e approfondito interessi filosofici e storici».

Puoi fare i nomi dei filosofi su cui hai lavorato? Te lo chiedo perché conosco già la risposta: non li conosce nessuno.

(ride) «Soprattutto Enrico di Lubecca, ma anche Meister Eckahrt, Raimondo Lullo, Domenico Gundissalino e l’italiano Restoro d’Arezzo. Lo sai che è, anche se sconosciuto, importante quasi quanto Dante? Domenico Gundissalino, poi, mi piace moltissimo: sconosciuto in Italia, ha un nome stupendo. Non trovi? Tutti autori le cui opere (escluso Eckahrt e Lullo) non sono tradotte in italiano. Li ho letti in latino o in traduzione tedesca».

Torniamo a te. Com’è avvenuto il “passaggio” al giornalismo?

«Non lo so, anche perché un vero e proprio passaggio non c’è mai stato. Ho sempre fatto molti (e diversi) lavori nella vita, come impone oggi il mercato. So che ho sempre avuto un interesse molto forte per la politica. Mi è sempre piaciuto analizzarla, capirla e spiegarla. Mi sono sempre interessato, in particolare, di politica estera. Per questo è stato naturale, trascorrendo tanto tempo in Germania, approfondire quella tedesca. E allora dopo aver scritto, saltuariamente, di politica pugliese su giornali locali, ho pensato di professionalizzare questo interesse cercando contatti con testate nazionali che fossero interessate ad articoli di attualità e politica dalla e sulla Germania. Così sono arrivate le collaborazioni con L’Occidentale, Liberal, Longitude, ma anche la Fondazione italiani europei e tanti blog tra cui tengo a ricordare Berlino Cacio e Pepe di Andrea D’Addio».

Quando scrivi della Germania fai continui paragoni con l’Italia. E poi trovo divertente il modo in cui caratterizzi i personaggi. Ho letto descrizioni di tatuaggi e di caratteristiche caratteriali in articoli in cui non me l’aspettavo. Che cos’è? Un metodo di analisi?

(ride) «Qui torniamo alla filosofia, che secondo me dovrebbe essere la base di qualsiasi formazione, è la “disciplina” per eccellenza. Scrivo partendo da questa base, mi chiedo come posso suscitare interesse scrivendo di cose che a un pubblico generalista non interessano affatto. Cerco dettagli che possano essere espressione di una cultura, aspetti divertenti o emblematici. Cerco di trovare elementi legati alla letteratura o alla società. Per me la scrittura giornalistica non è fredda cronaca, è racconto».

Insomma hai quattro anime: filosofo e giornalista, italiano e tedesco. Non ti senti un po’ dissociato?

(ride) «Se è per questo sono anche traduttore dal tedesco e possiamo aggiungere che, da circa un anno, faccio tutto questo da Lecce, l’estremo lembo meridionale d’Italia, dove trascorro gran parte dell’anno – anche se passo diversi periodi in Germania tra Colonia, Amburgo, Monaco e Berlino. A settembre sarò, per esempio, ad Amburgo. Tornando alla tua domanda, in effetti vivo una sorta di shock psicologico costante». (ride) «Beh, come ho detto sono uno che viaggia parecchio e questo mi aiuta. Italiani e tedeschi sono popoli oggettivamente molto diversi. Per esempio in Germania si continua ad avere un’idea un po’ romantica dell’Italia, ma la realtà ora è ben altra rispetto a quella di Goethe. Si scontrano con l’inaffidabilità italiana e ci vanno pesanti, ma anche una parte consistente degli italiani usa toni inutilmente eccessivi e provocatori nei confronti dei tedeschi. Non è un bel periodo per chi, come me, si sente principalmente cittadino europeo».

Il tuo cursus è interessante e, se permetti, di una rapidità non così frequente in Italia. Ho un percorso simile quanto a velocità e mi capita di dover dire “non sono giovane!” quando chiedo di più. A te è mai successo? Scommetto di sì.

«Lavoro da 13 o 14 anni e in effetti in Italia mi è difficile spiegarlo. Si sa: qui fino a 35-40 anni sei considerato “giovane”. Questa pessima retorica giovanilistica non mi piace. Sono adulto, mi ritendo tale e voglio essere considerato tale. Mi è capitato d’avere scontri per questo. In Germania, invece, non mi è mai successo, conta soltanto quello che produci».

Immagino di poterti chiedere comunque cosa vuoi fare da grande.

«Voglio scrivere, scrivere è il mio leitmotiv, la cosa che più mi piace, che sento maggiormente. Spero di poterlo fare con maggiore intensità. Vorrei essere una finestra costantemente aperta sulla Germania, raccontarla e spiegarla – a prescindere dove mi porterà la mia vita, in Italia o altrove».

Loredana De Vitis

Post scriptum. Ho scattato personalmente le foto a corredo di questa intervista. Guardate attentamente la prima: non è carino il cane di peluche nella vetrina alle spalle di Ubi? ;)

This entry was posted on mercoledì, agosto 22nd, 2012 at 10:35 and is filed under amiche e amici. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0 feed. You can leave a response, or trackback from your own site.

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